skip to Main Content

Stella Levi in conversation with Federico Rampini, Corriere

By Federico Rampini in Corriere della Sera

Stella Levi: «A 99 anni canto il Nabucco e recito Leopardi a memoria. Ho battuto Woody Allen a poker»

L’infanzia a Rodi, la deportazione ad Auschwitz, la rinascita nella «Grande Mela»: ecco la storia di uno dei personaggi più importanti della comunità italiana a New York.

Uno dei personaggi più importanti della comunità italiana a New York non è neppure italiana. Si chiama Stella Levi, ha 99 anni ma per lucidità, vivacità e voglia di vivere ne dimostra trenta di meno. È una delle ultime sopravvissute di Auschwitz. Ha scelto l’italiano come la sua lingua, ha abbracciato la cultura italiana per amore, nonostante l’Italia sia stata una matrigna crudele con lei. La sua storia è straordinaria. Lei la racconta agli americani quando presenta il libro che lo scrittore Michael Frank ha dedicato alla sua vita, «One Hundred Saturdays» (traduzione: cento sabati, in Italia uscirà l’anno prossimo da Einaudi).

Stella nasce nel quartiere della Giuderia sull’isola greca di Rodi, nel 1923. I suoi genitori parlano l’idioma giudeo-ispanico tramandato nella comunità sefardita, cacciata dalla Spagna nel 1492. Le altre lingue parlate sull’isola sono il greco e il turco. Ma Rodi è stata conquistata dall’Italia nel 1912 dopo la guerra con la Turchia. Su consiglio di una sorella maggiore Stella va alla «Scuola femminile italiana», gestita da suore cattoliche che lei definisce «magnifiche» e di cui mi elenca i nomi: «Madre Cecilia, la superiora, suora Addolorata, la giovane suor Teresa che mi insegnò le poesie di Leopardi». Ancora oggi Stella recita «A Silvia» tutta d’un fiato e canta «Nabucco». Al ginnasio passa alla «Scuola Israelitica di Rodi», con professori venuti dall’Italia, «il direttore Renato Coen di Firenze, la Signora Pacifici». A casa il padre e la madre di Stella non capiscono l’italiano, per lei diventa la lingua d’adozione e non la lascia più. «Tuttora a New York lo parlo più spesso dell’inglese, anche i miei colloqui con Michael Frank per il libro sono sempre avvenuti in italiano». Per l’amore iniziale verso la nostra cultura gioca il fatto che nella Rodi d’inizio Novecento l’Italia porta la modernità: l’elettricità e l’acqua corrente nella Giuderia, un ospedale moderno, la lotta alla malaria, la libertà per gli ebrei di vivere in altri quartieri. Stella da bambina conserva una valigetta con i suoi effetti personali, «pronta per partire in qualsiasi momento, il mio sogno era andare all’università a Bologna».

Invece in Italia ci sarebbe andata solo dopo la guerra e la Shoah. La stessa Italia a cui lei tributava un’ammirazione devota, nel 1938 vara le leggi razziali che vietano agli ebrei tante attività, scuole incluse. «Per me — ricorda la Levi — fu una perdita personale, una umiliazione terribile, è come se mi avessero tolto il diritto di essere umana». I corsi con i professori italiani continuano ma in forma semi-clandestina. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e brevi combattimenti fra truppe italiane e tedesche sull’isola, i nazisti prendono il controllo di Rodi. Il 23 luglio dell’anno successivo, 1.650 membri della comunità ebraica vengono deportati, con la connivenza delle autorità civili italiane. «Ancora oggi — dice Stella — non riesco a spiegarmi l’assurdità di quel viaggio, il più lungo di tutte le deportazioni di ebrei perpetrate dai nazisti, dalle coste turche fino all’Europa centrale. Non avrebbero fatto prima ad ammazzarci lì a Rodi?» Il 16 agosto arrivano ad Auschwitz dove il 90% di loro saranno uccisi: dagli stenti dei lavori forzati e della denutrizione, o nei forni crematori.

In uno dei miei incontri con Stella, alla sinagoga B’nai Jeshurun nell’Upper West Side di Manhattan, di fronte a una platea gremita dalla comunità ebraica newyorchese, l’amore per l’Italia torna alla ribalta perfino nel racconto sulla prigionia. Quando i militari americani liberano Stella e le chiedono dove vuole andare, «non ho esitato: io vado in Italia». Torna al sogno della sua infanzia. Da ventenne scopre Bologna e Firenze. La platea accorsa ad ascoltarla nella sinagoga newyorchese gode per l’umorismo della quasi-centenaria, un coro di risate accoglie questo aneddoto: «In Italia incontrai le brigate palestinesi, militanti sionisti diretti verso Israele, che mi chiesero di seguirli. Risposi: no grazie, là troverei troppi ebrei».

Dopo la guerra Stella raggiunge una sorella a Los Angeles. La California non fa per lei. Di nuovo pensa di tornare in Italia. Quando è quasi pronta a imbarcarsi a New York per Genova, un’amica le dice: «Non ha senso, l’Italia è distrutta. L’Europa intera ora sta qui, New York è l’Europa». Anche a Manhattan l’attrazione verso gli italiani resta irresistibile. Per un lungo periodo Stella vive in un palazzo dell’Upper West, sulla 92esima strada, che gli abitanti battezzano (molto ironicamente) Il Vaticano, «perché era pieno di ebrei italiani e si sentiva parlare solo italiano».

Newyorchese da tre quarti di secolo, Stella non ha mai smesso di frequentare l’Italia e gli italiani. Nella sua lunga attività professionale è stata una businesswoman che trattava affari tra le due sponde dell’Atlantico e viaggiava continuamente, soprattutto a Napoli. A New York si è legata al Centro Primo Levi e i suoi animatori: Alessandro Cassin, Alessandro Di Rocco, Natalia Indrimi sono fra i suoi migliori amici. È facile incontrarla agli eventi culturali della Casa Italiana (New York University). Ma tutti la conoscono anche nella comunità Jewish newyorchese. È stata a lungo volontaria nella American Sephardic Federation, oltre che militante nei movimenti pacifisti e femministi. Brava giocatrice di poker, ha avuto la soddisfazione di «separare dai suoi soldi Woody Allen e qualche altro amico». Ha frequentato artisti come Costantino Nivola e Gert Berliner, i drammaturghi Arthur Kopit e Jack Gelber.

«New York mi ha dato molto — dice — soprattutto l’apertura mentale. A New York non ho subito le limitazioni che avrei avuto a Rodi, o anche in Italia. E io non ho mai voluto essere limitata». Ora vive in un angolo di Washington Square nel Village. Non esclude di voler traslocare ancora, magari tornare dalle parti del «Vaticano» nell’Upper West. «Però è diventato molto caro e i miei amici italiani non ci sono più». Quando viene invitata nelle scuole, cerca di distillare dalla sua esistenza straordinaria poche lezioni. «Una cosa che ho imparato è che non esiste una verità unica. La verità cambia, lungo il cammino della nostra vita. E ai giovani dico: cercate di non odiare mai. L’odio è terribile».

I cento sabati che ha passato a raccontarsi a Michael Frank — «come una moderna Sheherazade», la definisce lui — restituiscono ai lettori un mondo affascinante e scomparso. Quella Rodi d’inizio Novecento multietnica e multiculturale, incrocio fra tante civiltà mediterranee, merita di figurare a fianco all’affresco dell’impero austro-ungarico ne «Il mondo di ieri» di Stephen Zweig. La ricchezza dei ricordi felici di Stella è un tesoro di cui lei è consapevole. «Non ho mai voluto ridurmi ad una unica dimensione, quella della testimone dell’Olocausto, perché ci sono state tante altre cose, la mia vita è stata piena di altro». E tuttavia ad ogni 27 gennaio, nella Giornata della Memoria, quando il consolato italiano sulla Park Avenue ospita il Centro Primo Levi per la cerimonia della lettura dei nomi delle vittime della Shoah, lei è sempre lì all’aperto, malgrado il gelo invernale. La prossima volta sarà per i suoi cento anni.

https://www.corriere.it/cronache/22_dicembre_14/stella-levi-a-99-anni-canto-nabucco-recito-leopardi-memoria-ho-battuto-woody-allen-poker-f3df7890-7bef-11ed-a244-0877c18473f0.shtml

Back To Top